
Il lavoro sin dalla fine degli anni 80 ebbe uno sviluppo sempre più importante nel rapporto con lo spazio, nel senso dell’occupazione dello spazio, del pensare l’opera sempre nel suo carattere di “ingombro” installativo. I miei quadri quindi hanno sempre avuto elementi aggettanti o di sfondamento della superfice; una superfice che non ha mai accettato del tutto la piattezza. Sono sempre stato interessato a dare una concretezza materica, una pesantezza formale al pensiero, al presupposto puramente mentale.
Alla fine degli anni 90 feci un lungo soggiorno negli Stati Uniti e in particolare a New York. Proprio a New York ebbi una forte “sensazione” relativa alla scultura, al significato della scultura, al problema dell’equilibrio e del crollo. Mi piaceva girare la città la sera, quando le attività si fermavano lasciando sulle strade la spazzatura accumulata durante la giornata. In queste lunghe passeggiate realizzai diverse sculture per la strada, assemblando in equilibri molto precari gli oggetti che trovavo: in altri casi mi limitavo a dei minimi spostamenti dal contesto in cui li avevo trovati. Tornando in Italia ho approfondito questa “sensazione” che sentii a New York sul crollo e sulla precarietà; nonostante fosse il ‘99, ancora prima delle torri gemelle percepivo che in america era già tutto crollato, sia dal punto di vista culturale che sociale. A Roma incominciai a lavorare su delle sculture che volevano far sentire la fatica dello stare in piedi, la fatica di stare dentro lo spazio, di ritrovare un equilibrio. Tutte le mattine al risveglio abbiamo un senso di smarrimento, c’è un momento particolare, più o meno breve e più o meno consapevole, in cui dobbiamo ricordarci di come si fa a stare in piedi perchè nel sonno l’abbiamo dimenticato. Il mio problema in questi lavori è sempre stato innanzitutto quello di trovare dei modi credibili per farli stare in piedi. Spesso lo risolvo nel modo più grossolano e grottesco facendo questi personaggi con i piedi e le orecchie molto grandi. Le orecchie sono altrettanto importanti dei piedi affinchè una persona riesca a reggersi nella posizione eretta, nelle orecchie si trovano gli organi che ci danno il senso dell’equilibrio. Molte di queste figure hanno un aspetto barcollante, incerto, a volte è possibile notare che si reggono a stento su delle piccole sfere poste sotto i loro piedi. Anche la scultura presentata l’anno scorso a Milano alla Fondazione Arnaldo Pomodoro, in occasione della mostra “La scultura italiana del XX secolo” riassumeva questa problematica. Le grandi dimensioni mi sono state chieste proprio da Pomodoro, che aveva visto alcune mie sculture piccole e di medie dimensioni in un galleria di Roma. La sua fondazione è uno spazio gigantesco, ricavato dal restauro di una ex acciaieria situata al centro di Milano; dovevo confrontarmi con questo enorme spazio e anche col carattere storico dell’esposizione in cui erano presenti i più importanti maestri della scultura italiana dai primi del 900 ad oggi. Questa scultura è composta da due parti principali, la figura e la grande sfera. La sfera realizzata in vetroresina, attraverso un perno è infilata in un apposito foro che si trova in cima alla testa. La figura invece è realizzata da uno scheletro di legno e poliuretano, modellato con un particolare stucco plastico che io stesso compongo con colle e resine in modo che possa modellarlo ed applicarlo direttamente con le mani quasi fosse della plastilina; una volta asciugato la sua consistenza è come quella del gesso, anzi direi che la sua durezza e resistenza è maggiore. Il bianco della scultura non è uniforme, presenta variazioni di tonalità. Nelle mie sculture, piccole o grandi che siano, la valenza pittorica e cromatica è sempre molto importante. Ci sono poi piccolissime sfere dorate incastrate tra alcune pieghe o screpolature del corpo del personaggio e piccoli segni di matita sulla sua superfice. Nonostante le dimensioni, l’opera è priva di qualsiasi retorica monumentale; semmai cerco delle posture capaci di suscitare in ogni persona dei riferimenti propri, entrando nel profondo della sua psiche, del suo inconscio, della sua storia personale e culturale. Alcune persone ne hanno fatto una lettura “fumettistica”, altri addirittura riconducono il personaggio a una dimensione atemporale, emanante un senso di sacralità o di mito. A me non interessa indicare delle chiavi di interpretazione, sono interessato a creare delle reazioni e pormi ad un ascolto di esse, nella massima libertà e disponibilità. Il titolo dell’opera è “Koprospheros”: è un nome che ho inventato unendo due parole greche “kopros” che significa sterco e “spheros” il cui significato e appunto sfera. Koprospheros quindi potrebbe essere tradotto come “sfera di sterco”. Anche il titolo se vogliamo conserva la stessa ambiguità dell’aspetto del personaggio: tra un irridente e grottesco personaggio fumettistico e un idolo arcaico appena riemerso da uno scavo archeologico. In verità ho voluto pensare allo scarabeo stercorario e a quello che nella cultura egizia, ha simbolicamente rappresentato. Per gli antichi egizi lo scarabeo stercorario rappresentava il simbolo della rigenerazione, del ciclo della vita e della morte. Questo insetto infatti costruisce una sfera di sterco di mucca, che durante la sua esistenza trascina con sé, depositandovi quindi le proprie uova, le cui larve ne traggono nutrimento. In un certo senso, questa simbologia millenaria rappresenta molto bene anche la condizione dell’umanità di oggi, che pone il tema dei rifiuti e del riciclaggio come problematica centrale per la sopravvivenza e il futuro del nostro pianeta. Quello che mi interessa è realizzare un lavoro che possa conservare la sua integrità in qualsiasi situazione spaziotemporale si trovi; non vorrei che il senso del mio lavoro avesse bisogno della protezione di un sistema artistico e mercantile circoscritto alla nostra dimensione culturale. Pensare di creare un’opera che funzioni bene solo all’interno delle mura di un museo o di una galleria di una delle nostre grosse capitali economiche, o che possa interessare principalmente il blasonato mercante o collezionista o critico d’arte, può essere molto gratificante ma mi sembra anche un grande limite.
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