mercoledì 17 marzo 2010
giovedì 4 marzo 2010
Tuvixeddu, la necropoli sepolta dai palazzi , di Simona Vinci
Tuvixeddu, la necropoli sepolta dai palazziUn articolo scritto da Simona Vinci, uscito in una versione leggermente abbreviata su l'Unità di martedì 7 ottobre 2008, accompagnato da due suoi scatti. Tuvixeddu, la necropoli sepolta dai palazzi Simona Vinci Quando Andrea era bambino, e fino a pochi anni fa, questi palazzi che adesso chiudono la vista non c’erano e dalle finestre della casa dov’è cresciuto si vedeva lo stagno di Santa Gilla, uno specchio d’acqua azzurro verde che brillava oltre le punte delle agavi selvatiche e si confondeva con il cielo. E dietro, dietro c’era l’altro mondo. La necropoli, con le sue tombe scavate nella pietra calcarea, le iscrizioni e gli affreschi di porpora che i fenici avevano lasciato a sempiterna memoria dei loro defunti. La necropoli di Tuvixeddu (in sardo colle dei piccoli fori) è area sacra di tumulazione dei cadaveri che risale alla civiltà feniciopunica. Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento divenne una cava dell’Italcementi. Il cemento si fa con il calcare e qui ce n’era a volontà: una parte notevole dell’impianto funebre venne così polverizzata. La Necropoli è stata anche, nel corso dei secoli, insediamento rupestre e, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, un rifugio che i morti accordavano ai vivi più disperati: chi fuggiva dai bombardamenti e chi non aveva più una casa dove andare. Mai però è stata, fino ad ora, un luogo da tutelare e valorizzare rendendolo fruibile a chiunque volesse visitare la testimonianza unica al mondo di una civiltà così antica. Andrea mi racconta che per mano sua madre lo portava proprio al centro della necropoli, dove in una casetta abusiva abitava una vecchietta. “Questa signora ci accompagnava a visitare grandi tombe che contenevano meravigliosi tesori e ci diceva: “siete i primi che faccio entrare in questa grotta, è giusto che il bambino impari.” A quei tempi, mi dice ancora Andrea, “Tuvixeddu era davvero una collina bellissima e misteriosa anche nell’abbandono e tutti i bambini del quartiere sapevano della necropoli, e si rendevano conto che era qualcosa di molto antico e di sacro. Lì era pieno di ragazzini, un posto meraviglioso per giocare. A volte d’estate arrivava qualche turista solitario, uno straniero, e noi bambini lo accompagnavamo tra le rocce di calcare rivestite dalle piante dei capperi”. Poi, attorno e sopra quest’area si cominciò a costruire e ancora non si è smesso. I terreni appartenevano a privati, un groviglio di particelle catastali ancora oggi non chiaro. Ai piedi del colle, nell’ipogeo della Grotta della Vipera, c’è una poesia fatta incidere dal romano Lucio Cassio Filippo in onore della moglie Pomptilla che si incamminava senza di lui nel mondo oltre la vita. Parla di ossa che sbocceranno in viole e gigli, petali di rosa e profumato croco e amaranto: “che il tempo futuro possa avere anche un tuo fiore”. Oggi, 20 settembre 2008, l’aldilà si può intravedere oltre il buco di una serratura arrugginita, in viale S.Avendrace, a Cagliari. Da questa parte della strada ci sono palazzi di edilizia popolare costruiti da poco, c’è Conad City, il supermercato, ci sono le macchine parcheggiate, di là invece, rovine e silenzio agitato dal passaggio di gatti randagi e lucertole e certo, ci sono anche quei fiori che Lucio si augurava sarebbero nati sopra le ossa della sua amata, ma sono fiori selvatici, impolverati, e che nessuno può vedere. Quando è stagione, qui crescono anche le orchidee, spuntano tra piante di cappero, agavi alte come alberi e fitti ciuffi di rucola selvatica che strappiamo e mastichiamo come capre mentre ci avventuriamo tra gli sterpi, aggirando transenne e coperture per vedere la necropoli più da vicino, anche se ora come ora non si potrebbe. Krl, Karel, la città di Dio, era l’antico nome della città di Cagliari, e la sua area funeraria, Tuvixeddu, fu la necropoli più grande della Sardegna e una delle più vaste di tutto il bacino mediterraneo. La fondarono i Cartaginesi nel VI sec a.C, ma la utilizzarono anche i fenici e poi i romani, che si allungarono oltre le pendici del monte lungo il viale di Sant’Avendrace, secondo il loro costume di allineare i sepolcri lungo le strade che corrono accanto al centro abitato. E’ proprio qui, lungo questa strada, che si sono costruiti palazzi e palazzine direttamente sopra le tombe romane: come in un film horror giapponese, si sono gettate fondamenta sulle sepolture dei bambini. Mentre all’inizio del 2000 cominciavano e poi proseguivano i lavori di costruzione dei palazzi in via sant’Avendrace che le avrebbero tolto la vista sull’acqua, Francesca si ammalò di tumore. La sua malattia e i palazzoni crescevano insieme, in un gioco del destino che non può non far pensare a quanto davvero il territorio che abitiamo e il paesaggio del quale siamo noi stessi parte, siano legati indissolubilmente: la carne degli esseri umani e la carne della terra sono la stessa cosa, si ammalano delle stesse malattie e si rispecchiano l’una nell’altra. E’ da più di vent’anni che Italia Nostra, Legambiente, associazioni e moltissimi comuni cittadini tentano di fermare questo scempio e a gennaio dello scorso anno sembrava che ce l'avessero fatta: la Regione Sardegna aveva stabilito di fermare tutti i lavori sul colle e istituito una commissione per dichiarare il notevole interesse pubblico dell’area così com’era. Senza doverla per forza trasformare in un giardinetto pubblico pettinato, con enormi fioriere di cemento parcheggiate sopra le tombe, grazioso a vedersi dalle finestre dei casermoni in cima all’altro lato del colle. Quelli già costruiti e quelli da costruire. Ma un precedente accordo di programma tra Comune di Cagliari, imprese e la passata amministrazione regionale diventò uno scoglio sul quale si arenò la proposta. Comune e imprese ricorsero al tribunale amministrativo sardo. La sentenza è di pochi mesi fa: annullati i vincoli imposti dalla Regione. Renato Soru, governatore della Sardegna, ricorse al Consiglio di Stato. Di nuovo il tribunale dà torto alla Regione, ma fornisce qualche spiraglio giuridico. Altro blocco dei lavori da parte dell’amministrazione regionale, altra sconfitta al tar e altro ricorso al Consiglio di Stato. Intanto, l’incontro previsto per la scorsa settimana tra il presidente Soru e il ministro dei beni culturali Sandro Bondi per tentare di definire le sorti del colle è saltato, e rimandato a data da definirsi. Davanti a questa brutta storia d’Italia, resta in bocca l’amara consapevolezza che niente può più stupirci nel Paese in cui, cinquant’anni fa, al Coni e all’Azione Cattolica venne in mente che per le Olimpiadi del 1960 si sarebbe potuto costruire un faraonico stadio lungo l’Appia Antica, a Roma, proprio sopra le catacombe di S. Calisto. Data l’idiozia della proposta, e il coro unanime di proteste, per fortuna non se ne fece nulla, e le Catacombe di San Callisto attirano oggi centinaia di migliaia di visitatori ogni anno. Mi chiedo dove sia finito il plastico che illustrava l’opera una volta compiuta, probabilmente giace in qualche ripostiglio. Speriamo che anche di questa ennesima speculazione ai danni dell’umanità intera resti solo un plastico bianco e verde abbandonato nella polvere di una qualche cantina di Cagliari. Dalla casa rossa, comunque andrà a finire la vicenda, il mare e l’acqua piatta dello stagno di Santa Gilla non si vedono più, e i gatti di Francesca, ora che lei se n’è andata di là, vagano randagi tra tombe e casermoni, anime in pena come quelle dei defunti fenicio-punici e romani che certamente si domandano perché cavolo il loro meritato riposo debba essere tanto travagliato. E non è detto che un bel giorno non decidano di vendicarsi, come minaccia dall’iscrizione fatta porre sulla sua tomba a Sidonia il re fenicio Ezer: "Che nessuno mi tolga da questa bara in cui riposo, che nessuno mi deponga in un´altra tomba... Sebbene io sia ridotto in silenzio, tuttavia le mie imprecazioni hanno parole... Ogni principe reale e ogni uomo che aprirà la camera di questo sarcofago o che rimuoverà questo feretro, non abbia una sepoltura, né l´abbiano i suoi figli e discendenti... Che gli dei li diano in balia di un potente tiranno, che ne faccia sterminio...". |
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martedì 16 febbraio 2010
Ricordi di classe a Tuvixeddu
| Ricordi di classe a Tuvixeddu Data di pubblicazione: 09.02.2010 Autore: Nurcis Andrea Vent'anni del passato, una famiglia proletaria ai piedi di Tuvixeddu. Scritto per eddyburg Qui dove i segni della dea lunare vegliano i morti e parlano d'amore, Qui dove i fiori esangui e senza odore Vestono l'aspra roccia di calcare, Qui nel cospetto dell'azzurro mare Sotto i raggi del dio divoratore, Piccola sfinge, esotico mio fiore, Sopra la bocca ti vorrei baciare. Mentre punica, immobile, infinita Del meriggio l'arsura in alto tace, La necropoli invita ai suoi recessi. Stretta al mio cuore io vorrei trarti in essi: Io vorrei trarti dove è fresco e pace Soli tra i morti ad eternar la vita. Francesco Tauro, "Tuvixeddu", Cagliari, 1 maggio inizio sec. XX Ho vissuto per tutta la mia infanzia e l’adolescenza sulla collina di Tuvixeddu a Cagliari, proprio ai piedi della nota necropoli fenicio punica. Mi riferisco al periodo tra gli anni 60 e primi anni 80, quando Tuvixeddu era una sorta di villaggio composto prevalentemente dalle famiglie di operai che lavoravano nel cementificio che sfruttava la collina per l’estrazione di cava, e da quelle degli ultimi pescatori dello stagno di Santa Gilla, che si trova proprio davanti al colle; nonché da una umanità di poveri, diseredati e rifiutati dalla società, alla quale quel colle, con le sue millenarie “grotte”, ha sempre dato rifugio. Ritengo di essere stato un privilegiato per aver potuto passare una importante parte della mia esistenza a Tuvixeddu e di aver fatto parte, insieme alla mia famiglia, a quel sottoproletariato estremo che con dignità ha abitato le povere case del colle. Noi sottoproletari di Tuvixeddu non sapevamo nulla dell’importanza storica e archeologica del luogo in cui abitavamo. Ma sapevamo che quello era un antichissimo cimitero in cui erano sepolti i nostri antenati e nella nostra quotidiana sopravvivenza cercavamo di instaurare con quelle millenarie tombe una forma pratica di convivenza. Le usavamo per coltivarci i fiori o allevarci le galline, per arrostire la carne e il pesce o per gettarci l’immondezza. Mai a nessuno è venuta l’idea di cancellarle con colate di cemento per creare il parcheggio alla propria utilitaria. Bande di bambini scorrazzavano per Tuvixeddu, luogo prediletto per i giochi, le avventure e le esplorazioni; ogni mattina poi tutti i bambini del quartiere, amavano usare la strada della necropoli come scorciatoia per andare alla scuola elementare che si trovava al di là del colle. Eravamo consapevoli della bellezza di quelle bianche rocce di calcare traforate e ricoperte da folti cespugli di capperi selvatici e di quella campagna così sobria, aspra e silenziosa. Nel punto più alto del colle, immersa in un boschetto di pini e cipressi, quasi a strapiombo sulle rocce scavate dalle antiche tombe, dominava misteriosa una villa in stile liberty. In seguito, come studente d’arte, ho capito quanto quello scorcio di paesaggio fosse simile alla famosissima opera “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin e come a Tuvixeddu, nonostante le ferite del cementificio e il degrado dell’urbanizzazione che avanzava, continuasse a sopravvivere una dimensione paesaggistica fortemente romantica. Ogni tanto un pastore col suo gregge di pecore attraversava la necropoli e percorreva tutto il colle. I rumori della città sembravano lontani e ovattati. Prima dell’imbrunire le ruspe del cementificio che divorava una parte della collina, coi loro lamentosi cigolii rientravano nel cantiere e appena faceva buio Tuvixeddu diventava il luogo appartato in cui arrivavano le prostitute coi loro clienti. Tuvixeddu era un altro pianeta: bastava salire il centinaio di scalini del vico 2 del viale Sant’Avendrace per trovarsi improvvisamente catapultati in un’altra dimensione spazio-temporale, lontana dalla grigia urbanizzazione che cresceva schizofrenicamente intorno al colle. Tutti avevamo giardini molto belli ed orti rigogliosi che fungevano anche da barriera ai palazzi del quartiere che inesorabilmente, negli anni, avanzavano nel loro assedio. Agli inizi degli anni 80, con la chiusura del cementificio, le famiglie degli operai che abitavano le casupole di Tuvixeddu vennero sfrattate. Quella già fragile dimensione popolare che viveva sulla collina, scomparve definitivamente, così come definitivamente avanzò il degrado in cui Tuvixeddu venne abbandonato. I cosiddetti “abitatori delle grotte” di Tuvixeddu, nel corso degli anni, si susseguirono scandendo anche quelli che erano i cambiamenti antropologici e sociali di una città che nel bene e nel male mutava nella sua crescita. Da rifugio per sfollati di guerra, quelle “grotte”, ovvero quelle grandi tombe a parete di epoca romana, ospitarono man mano persone sempre più povere, barboni e disperati, gente in preda all’alcolismo, rifiutata dalla società, e poi giovani freakkettoni, tossici, punkabbestia… Interrotta l’aggressione già devastante del cementificio, è cresciuta una incivile urbanizzazione proseguita senza pausa sino ad oggi e che ha finito per nascondere quasi completamente Tuvixeddu al resto della città, come se il colle fosse qualcosa di cui la stessa città si vergognasse. EppureTuvixeddu rappresenta il luogo da cui ha origine l’identità storica, culturale e antropologica della città di Cagliari ed è una delle più importanti testimonianze archeologiche del mediterraneo. Forse questo “Tuvixeddu” che conservo e coltivo nei ricordi potrebbe risultare un pò idilliaco per chi non ci ha mai vissuto o messo piede. E forse questo “Tuvixeddu” non ha mai trovato spazio nelle ambizioni di una città provinciale e piccolo borghese come Cagliari, che ha sempre aspirato ad uno sviluppo urbanistico in grado di darle l’illusione di diventare una grande metropoli e in cui gli speculatori e i palazzinari di alto livello hanno sempre trovato un ambiente estremamente favorevole e particolarmente accondiscendente sia nella politica che nell’opinione pubblica. Soprattutto non ha mai trovato abbastanza spazio negli interessi nazionali di un’Italia che nel bene e nel male ha sempre considerato i beni culturali e paesaggistici da tutelare all’interno di un atteggiamento “centralista”, in base al valore “turistico” di ciò che va salvaguardato e ciò che può essere anche lasciato andare in rovina. Così in Italia si grida allo scandalo se un turista ubriaco si fa un bagno in una delle fontane delle nostre cosiddette città d’arte, ma è passato in secondo piano o è stato del tutto ignorato lo scempio e i progetti nefasti di cementificazione su Tuvixeddu, a ridosso della necropoli fenicio punica più importante del mediterraneo, e in un ambiente unico, ricco di specie faunistiche e botaniche addirittura protette. “(...)Non si riesce a intravedere nessun panorama né alcuno spettacolo di particolare bellezza.(…) la zona si presenta brulla e ha l'aspetto di una cava abbandonata circondata da alti edifici residenziali sorti in oggettivo disordine (…) appare priva di qualunque pregio paesistico visivamente apprezzabile(…).” Queste furono le considerazioni dei giudici del Tar dopo un sopralluogo effettuato per decidere se bloccare o meno la colata di 300.000 metri cubi di cemento sul colle. La burocrazia sostituì il parere autorevole di associazioni ed esperti dell’ambiente, del paesaggio, dell’urbanistica e dell’archeologia di livello internazionale che hanno sempre chiesto di fermare ogni forma di cementificazione e una tutela integrale del colle. E quando si chiese un intervento dello stato, dei beni culturali e addirittura del Presidente della Repubblica, in sostanza la risposta fu che si trattava di un problema “regionale” quindi da risolvere “in casa”. (…)Abbiamo di fronte al mondo, la responsabilità di salvaguardare questo grande patrimonio comune. E d'altronde a ciò ci chiama l'articolo 9 della nostra Costituzione, che è uno dei suoi principi fondamentali :"La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione" tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico è responsabilità che dobbiamo, sì, sollecitare i poteri pubblici ad assolvere pienamente ; ma è anche responsabilità che dobbiamo assumerci noi cittadini, ciascuno di noi, dovunque viviamo e operiamo, specie se in luoghi di inestimabile valore per l'umanità intera. Contano i comportamenti di ciascuno, che debbono essere rivolti non al cieco soddisfacimento di interessi particolari, ma alla salvaguardia della ricchezza comune, anche nell'interesse dei nostri figli e delle generazioni future.(…) Queste furono alcune frasi del discorso che il Presidente della Repubblica Napolitano pronunciò durante la cerimonia celebrativa delle Dolomiti come patrimonio dell’umanità. Purtroppo pare che l’articolo 9 della Costituzione Italiana citato dal Presidente, e il suo auspicio affinchè in Italia conti la salvaguardia della ricchezza comune e non il “cieco soddisfacimento di interessi particolari”, abbiano faticato non poco per essere presi in considerazione anche nei confronti di Tuvixeddu, che è sempre stato una periferia in tutti i sensi, un luogo “sporco”, frequentato da una umanità ai margini della società, importante solo per quegli enormi interessi economici e speculativi di palazzinari e politici che definivano i loro affari col titolo di “Progetto di Riqualificazione Urbana ed Ambientale dei Colli di San Avendrace”. E solo oggi, dopo le indagini della Procura della Repubblica di Cagliari e una serie di intercettazioni telefoniche rese pubbliche dai quotidiani sardi, viene alla luce la reale spazzatura che ricopriva le candide rocce di Tuvixeddu deturpandone tutta la bellezza. Tra l’imprenditore del progetto immobiliare sul colle e una serie di personaggi facenti parte dell’humus politico, amministrativo e giuridico della città, personaggi che avrebbero dovuto applicare tutte quelle forme possibili di tutela in nome del bene comune, vi erano invece rapporti impostati proprio su quel “cieco soddisfacimento di interessi particolari”, di cui parlava il Presidente Napolitano. Così in questi giorni arriva una sentenza del Consiglio di Stato che accogliendo il ricorso della Sovrintendenza per i beni architettonici e paesaggistici, si oppone alla costruzione degli edifici privati su una parte significativa di Tuvixeddu. Possiamo solo augurarci che i cittadini di Cagliari siano sempre vigili, non dimentichino questa vicenda e che siano più accorti nello scegliere i loro amministratori e che su Tuvixeddu venga applicata definitivamente una tutela integrale affinchè torni ad essere il luogo del silenzio, della pace e della poesia. |
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martedì 2 settembre 2008
SALVIAMO TUVIXEDDU-TUVUMANNU La necropoli di Tuvixeddu-Tuvumannu, uno dei più importanti contesti funerari ipogeici del mondo antico e testimonianza della Cagliari punica, poi romana, corre un rischio mortale sotto l’assalto della cementificazione.Il colle urbano, caratterizzato da migliaia di tombe che raccontano una epocale vicenda paesaggistica, funeraria, architettonica e decorativa della città, sino a proporre pregevoli documentazioni moderne Liberty, sta subendo un ulteriore e forse definitivo affronto dopo cinquant’anni di devastazioni urbanistiche. La sentenza del Consiglio di Stato riporta il complesso monumentale ai vecchi e inadeguati vincoli del 1997 che la Regione autonoma della Sardegna, pur con gravi errori procedurali, aveva cercato di rendere congrui all’importanza dell’area: ma il pregio eccezionale del sito e la necessità di una tutela ben più ampia di quella legata all’accordo di programma del 2000 non possono essere messi in discussione. Straordinarie architetture cavate e decorate in affresco rendono Tuvixeddu in grado di far capire ciò che non è più documentato, in qualità e ampiezza, né a Cartagine né nel Libano dei Fenici. Le molte centinaia di tombe rinvenute nel corso dei lavori del cosiddetto “parco archeologico”, finalizzati in realtà a nuove e devastanti cubature, dimostrano come l’accordo di programma e i relativi vincoli apposti dalla Soprintendenza Archeologica fossero assolutamente insufficienti e inadeguati, e oggi non più sostenibili. Ci rivolgiamo al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, alla Regione Autonoma della Sardegna, al Comune di Cagliari, perché fermino lo scempio della necropoli e dell’area, in violazione delle leggi nazionali vigenti e dei protocolli europei e UNESCO sul patrimonio culturale e paesaggistico; perché non compromettano a livello internazionale tradizione e immagine dell’Italia e della Sardegna. Invitiamo le istituzioni a realizzare la tutela integrale dell’area, procedendo al restauro ambientale e archeologico dei danni inferti, destinando il colle di Tuvixeddu - Tuvumannu ad un’idea e ad un progetto di città che difenda integralmente le proprie aree pregiate e proponga Cagliari, nel solco di una millenaria tradizione storica, come porta mediterranea aperta ai suoi grandi racconti storici. Chiediamo all’opinione pubblica, a studiosi e appassionati, a tutti i cittadini, alla rete associativa e alla grande tradizione di tutela del nostro paese di scendere in campo sottoscrivendo il nostro appello, vigilando affinchè vengano perseguiti e realizzati i seguenti obiettivi: - l’ampliamento dei vincoli su tutto il sito di Tuvixeddu sino almeno a quelli stabiliti di recente dalla Regione Autonoma e ora non più validi per via degli errori procedurali stabiliti dal Consiglio di Stato; - l’eliminazione di ogni ulteriore edificazione nell’area; - la definizione di strumenti di salvaguardia condivisi e giuridicamente impeccabili; - l’acquisizione pubblica dei terreni di tutto il colle; - l’apertura di un dibattito sulla città, della quale Tuvixeddu rappresenta la più importante ma non certo l’unica area archeologica di grande rilievo, né l’unica a rischio; - la promozione di un grande concorso di idee per una destinazione e un utilizzo del sito compatibile con la sua natura, destinato ad arricchire la godibilità del nostro patrimonio culturale e paesaggistico e la qualità della vita urbana. |
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sabato 30 agosto 2008
IL SONNAMBULO DI TUVIXEDDU
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giovedì 21 agosto 2008
TUVIXEDDU: UN COLLE DA SALVARE
Giovanni Lilliu (Barumini, 13 marzo 1914) è un archeologo, pubblicista e politico italiano, nato in provincia di Cagliari, è ritenuto il massimo conoscitore della Civiltà nuragica. Archeologo di fama internazionale, Giovanni Lilliu è conosciuto soprattutto per aver riportato alla luce la reggia nuragica Su Nuraxi, dichiarata nel 2000 patrimonio dell'umanità da parte dell'UNESCO. Laureatosi in Lettere classiche, è stato allievo di Ugo Rellini alla "Scuola Nazionale di Archeologia" a Roma ove ha ottenuto la specializzazione. Dal 1943 al 1945 ha operato nella "Soprintendenza alle Antichità della Sardegna" Nel 1955 ha fondato e diretto per venti anni la "Scuola di specializzazione di Studi Sardi" dell'Università di Cagliari ricoprendo anche il ruolo di Professore ordinario di Antichità sarde. Successivamente è stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia presso la stessa Università. È membro di numerosi istituti scientifici italiani e stranieri, dal 1990 è membro dell'Accademia dei Lincei. CONFERENZA DI LEGAMBIENTE DEL 23 FEBBRAIO 2008 TUVIXEDDU: UN COLLE DA SALVARE INTERVENTO DEL PROF. GIOVANNI LILLIU (accademico dei lincei) L’undici marzo del 1981, essendosi trasferita la cementeria che l’aveva non poco ferita nel lungo tempo richiamavo l’attenzione sulla tutela ambientale e culturale della dorsale di Tuvixeddu, resasi in certa misura libero ma che vedevo esposta a nuove e più preoccupanti insidie. Il timore si appuntava maggiormente sulla necropoli punico-romana la più vasta area archeologica della città di Cagliari e tra le più importanti del mondo semita del mediterraneo occidentale. Mezzo migliaio e più di sepolture insediate sulla roccia calcarea, in parte dissotterrate con fruttuosi scavi e in parte ancora nascosti di varia tipologia ( a pozzo, a fossa a camera a colombario; talune di bella architettura, altre con simboli scolpiti e dipinti, testimonianza di una storia prolungatasi dal settim al terzo secolo a.c. a cui i ricchi corredi impreziosiscono il museo cagliaritano (ultimo eccezionale recupero un busto maschile in terracotta del V secolo a.c. Ma si aggiungeva in me , allora, l’apprensione per l’eventuale attacco al valore economico (di natura e di paesaggi) della zona. L’area era stretta dalle tenaglie delle abitazioni che avevano inguaiato non poche delle tombe architettoniche a valle lungo il viale S. Avendrace. Erano presenti per i restanti le mire della speculazione edilizia. Temendo dunque, i Barberini, o meglio i barbari moderni muovevo un appello e una proposta per fare delle aree di Tuvixeddu delle pertinenze un grande parco archeologico pubblico, aperto e fruibile in ogni suo aspetto, onde migliorare la qualità della vita e offrire un’immagine di Cagliari che valesse ad attirare l’attenzione e fermare la gente che veniva a visitare da fuori e di dentro. Al proposito auspicavo un impegno concorde dello Stato e della Regione. Ma come avviene di solito delle riflessioni sono rimasti gli intenti , cui non hanno fatto seguito le opere. Sembra però che dove non opera il Pubblico, voglia operare il privato: un “Consorzio” una “Coimpresa” che ha apprestato un piano di recupero in attesa del verdetto del civico Palazzo. A giudicare da quanto emerge dalla lettura dei giornali la cosa che si vorrebbe realizzare in un’area di inestimabile valore paesaggistico, ecologico e con preziosissimo bene culturale e storico a me appare di grosso ingombro e starei per dire del tutto impertinente. E’ chiaro nel piano l’enfasi del privilegio privato, a scapito dell’utilità pubblica e della comunità popolare cittadina. L’individuazione degli spazi riferiti alla valorizzazione del bene culturale è alieno da una serie di verifiche sul terreno delle presenze archeologiche emergenti e di quelle verosimilmente presenti nel sottosuolo. Non vi rientra la misura del parco di Tuvixeddu che in estensione va ben oltre i ventisei ettari previsti a sedime. L’area archeologica occupa l’intera distesa di longitudine della dorsale con l’acquedotto romano in speco. Inoltre il parco va concepito o andrebbe realizzato in concerto col parco archeologico dell’area di Santa Gilla a cui si connette organicamente. L’ipotesi di un museo di cui non si precisa la specifica valenza ha senso in quanto al di fuori del contesto museale della città di cui ancora oggi si discute per meglio definire nella sua articolazione i contenuti e le localizzazioni. Mi pare infine che non siano state valutate le difficoltà e gli sfasci che potrebbe procurare il tunnel disegnato tra la via Cadello e l’inizio di S. Avendrace, che verrebbe a tagliare in più punti (essendo disposta a gradoni la necropoli) la presenza archeologica punica e romana. Insomma credo che di questo progetto si debba parlare a lungo e senza reticenze, e auguro che nella discussione intervengano, oltre le istituzioni e le istanze pubbliche in materia di beni architettonici e culturali, le associazioni ecologiche, i dipartimenti delle università competenti, e soprattutto i cittadini pensosi del futuro della loro città. Giovanni Lilliu |
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